Vipassana, Essere prima che fare
Pochi mesi prima di partire, chiamai il mio ormai caro amico Fabio per chiedergli consigli di viaggio ed esperienze significative da fare. In fondo, di tempo ne avrei avuto parecchio e lui aveva vissuto abbastanza a lungo in Asia per potermi accontentare. Fabio si limitò a darmi tre indicazioni, consigli che avrebbero poi cambiato il destino del mio viaggio: partecipare al Kumbh Mela, visitare Ramana a Tiruvannamalai e iscrivermi ad un ritiro di meditazione Vipassana. Ricordo ancora le sue parole: “Per una persona che non ha mai meditato forse è un po’ estremo, ma se non scappi, vedrai che ti cambierà la vita”. Neanche da dirlo: sfida accettata. Devo ammettere che è stata una delle esperienze più difficili della mia vita. Se lo dico dopo aver affrontato il Campo Base e Gokyo Ri, in parte senza guida, potete immaginare quanto sia stata dura.
Secondo la tradizione da cui deriva questo metodo di meditazione, Vipassana risale agli insegnamenti del principe Siddharta (ossia Buddha), oltre 2500 anni fa. La pratica sarebbe stata conservata in Birmania e riportata in India da Mr. S. N. Goenka nel 1969. Nato in Birmania da una famiglia di commercianti induisti di origine indiana, Mr. Goenka dedicò gran parte della sua vita alla diffusione di questa tecnica meditativa, che proponeva in forma non confessionale. Considerato come un metodo rigoroso ma estremamente semplice da applicare, nel 1994 è stato proposto un ritiro persino nel carcere di massima sicurezza di Nuova Delhi. I risultati di questo esperimento furono straordinari. Mr. Goenka in persona insistette perché i 1000 detenuti fossero lasciati liberi da costrizioni durante le sessioni di meditazione e, nonostante la direzione dell’istituto conservasse parecchie resistenze e dubbi, non solo non ci furono incidenti o aggressioni, ma, nonostante le resistenze iniziali, l’ambiente carcerario migliorò notevolmente dopo quei fatidici dieci giorni, tant’è che venne aperto un centro permanente di Vipassana all'interno del carcere.
Il ritiro è prenotabile tramite il sito ufficiale e si può accedere a questa pratica in tutto il mondo. Io, totalmente a caso, ho scelto il Nepal. Esistono corsi di diversa durata, ma quello introduttivo più diffuso è il corso di dieci giorni, che ho seguito anch'io.
Per una decade si vive in una struttura molto semplice (per lo meno così era il complesso di Kathmandu) che sopravvive solo grazie alle donazioni. Nella mia esperienza, le casette erano piuttosto sporche e decisamente fredde, e disponevano di acqua calda solo nelle ore centrali del giorno. Non è possibile portare con sé beni personali, libri, quaderni, telefono, musica o qualsiasi tipo di portafortuna. Non è concesso parlare o praticare sport. Neppure lo yoga è ammesso. Ero angosciata da questa regola (il non fare sport, intendo). Ci hanno requisito soldi e passaporto. Ero terrorizzata, ma la ratio era molto semplice: l’unica cosa sulla quale concentrarsi per dieci giorni era la meditazione. Lasciando tutti i nostri beni alla direzione, non avremmo dovuto preoccuparci di furti o altro.
Forse.
Il primo giorno funge da orientamento, il vero programma parte alle quattro del mattino successivo.
Sì, alle quattro.
Un gong suona e si dispone di mezz’ora per prepararsi. Niente colazione prima di iniziare, al massimo un po’ di acqua calda in un thermos abbandonato sotto una tettoia (comunque razionata). Lo scheduling quotidiano standard è il seguente in tutto il mondo, salvo piccole variazioni da un centro all’altro:
· 04:30 – 06:30: Meditazione
· 06:30 – 08:00: Colazione e riposo
· 08:00 – 09:00: Meditazione
· 09:05 – 11:00: Meditazione
· 11:00 – 13:00: Pranzo e riposo
· 13:00 – 14:20: Meditazione
· 14:25 – 17:00: Meditazione
· 17:00 – 18:00: Pausa tè
· 18:00 – 19:00: Meditazione
· 19:00 – 20:30: Discorso serale in video (Mr. Goenka)
· 20:30 – 21:00: Meditazione
Sembra una follia. Una punizione, e forse lo è. Eppure se lo potessi rifare oggi stesso, correrei al volo. Perché appena la mente e il corpo smettono di ribellarsi a questa piccola tortura, succede qualcosa di incredibile. Lentamente e inesorabilmente, accade un risveglio. Nel corpo e nell’anima.
Quotidianamente, in precisi momenti della giornata, provavo emozioni molto nitide: entusiasmo, profonda tristezza, disperazione, graffiante rabbia, sollievo. Sempre uguali, ogni giorno. È stato un pazzesco e assurdo viaggio dentro me stessa impossibile da percorrere nella vita di tutti i giorni. La mente faceva di tutto per non restare cheta e riportava a galla immagini e pensieri non sempre gradevoli. Alcuni ricordi totalmente dimenticati grattavano la superficie della mia memoria per tornare da me. Lì, in quella sala buia e fredda, a tormentarmi. Eccole, poi, le sensazioni fisiche. Alcune piacevoli, altre decisamente meno. Ecco quindi la prima lezione fondamentale: ignorarle entrambe. Perché tutto è Anicca, impermanente e destinato a emergere e poi scomparire. Le sensazioni piacevoli e quelle spiacevoli – più genericamente il bene e il male - non durano per sempre. E a noi non resta che osservarle senza reagire. È stata una lezione dura, davvero dura, ma ne è valsa la pena, ve lo assicuro. Perché questa regola, tanto semplice quanto incisiva, si può applicare perfettamente alla vita di tutti i giorni e può cambiare in modo eclatante il pendolo del nostro umore.
Superati i primi tre giorni – i più complessi - si entra nel vivo del metodo Vipassana, assistendo ad un cambiamento decisivo. Personalmente - circa a metà del corso - ho smesso di provare stanchezza, fame e nervosismo. La scimmia impazzita che abitava nella mia testa si è calmata ed è iniziato il vero viaggio dentro me stessa. E ne volevo ancora, sempre di più. L’ultimo giorno ero carica di energia in modo così straripante da non riuscire a dormire per le successive 48 ore – potrei aver fatto anche un po’ di baldoria nel mentre, lo ammetto.
Un risveglio della coscienza, del corpo e dello spirito. Profondo, vivo, reale.
Lo consiglio? Cazzo, sì! È per tutti? No, ma sono convinta che se tutti avessero l’occasione di provarlo una volta nella vita, forse il mondo sarebbe un pochino migliore.
Fotografie originali di The Blueyes Backpacker