In breve
347 giorni
8 stati
150 città e paesi
Una giovane donna, due zaini, un cuore spezzato e tanta voglia di vivere il mondo con occhi nuovi
Dove e quando
La storia nasce a Milano e attraversa l'Asia: dal Nepal all'India, da Bali al Vietnam, passando per Cina, Malesia, Singapore e Thailandia.
Luoghi che sono stati casa, rifugio, sfida, rivelazione.
Sono partita nel novembre 2024 con la promessa di tornare sei mesi dopo. Il viaggio, però, ha preso una direzione diversa da quella che avevo immaginato. Nel mezzo, una vita intera.
Non è solo una trama. E’ la mia storia
19 e 09 Il diritto di cambiare racconta di fallimento, senso di colpa, libertà, fragilità, gratutidine e finalmente rinascita.
Di ciò che perdiamo e di quello che troviamo.
Di amore e di solitudine, quando fa più paura restare che partire.
Di consapevolezza e fiducia nella vita.
In poche parole… di me.
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VARANASI, LA CITTA’ DELLA LUCE
Varanasi, la città dove la morte risplende alla luce del giorno, mi aveva chiamato. Io non mi ero tirata indietro. L’avevo raggiunta rannicchiata in un affollato scompartimento di terza classe di un treno locale, abbracciata ai miei zaini e un po’ timorosa del mondo che si muoveva frenetico attorno a me. Avevo barattato la lettiga superiore in cambio di alcuni biscotti e, per ore, in quel piccolo spazio avevo osservato con curiosità l’India intera muoversi nei corridoi. Incontenibile, caotica, viva. Tra i vagoni passavano incessantemente venditori ambulanti di acqua, poha, samosa, chai e caffè. Dall’alto del mio lettino, con un cenno della mano ne fermai uno e gli passai venti rupie per un chai, un goffo tentativo di svegliarmi prima di racimolare i miei averi e prepararmi a scendere al volo nel freddo dell’Uttar Pradesh. I miei rumorosi vicini di viaggio interruppero la loro partita a carte per comprare qualche delizia, offrendomi un po’ del loro bottino. Rifiutai gentilmente e incastrai nello zaino l’aquilone blu che alcuni bimbi mi avevano regalato e con un balzo sicuro scesi dalla mia cuccetta. Era ora di proseguire.
Avevo paura di Varanasi, lo ammetto. Me l’avevano descritta in modo indecoroso: sporca, sudicia, con la puzza di morte che sale costantemente in cielo e ti si sedimenta addosso. Una visione bizzarra - forse anacronistica - ma sicuramente orrenda di un mondo che conoscevo ancora in un modo solo. Ma era pur sempre la città più antica dell’India e la curiosità di visitarla di persona era stata più forte della paura e del pregiudizio.
Arrivai in stazione con le prime luci dell’alba e la trovai totalmente straripante di persone: tiravano, urlavano, spingevano, correvano, tutti sapevano dove andare. Tutti tranne me. Provai senza successo a chiamare un tuk tuk con Uber e venni immediatamente assalita da decine di driver. Trattenni il fiato strabuzzando gli occhi, tentando invano di non far notare quanto fossi spaesata e intimorita. Proprio in quel momento, mi sentii bussare sulla spalla.
«Qui Uber non funziona. Vai in centro, vero?»
Degli occhi blu sbucarono dietro di me. L’accento era così pulito che mi fu subito chiaro si trattasse di una persona inglese.
Annui senza sapere esattamente dove stesse la mia guesthouse e, soprattutto, con chi stessi parlando.
«Vieni con noi!»
Un ragazzo e la sua amica si avvicinarono con decisione ai driver, contrattarono seri e assertivi e poi fecero segno di avvicinarmi. Io li scrutai con enorme interesse e sollievo, cercando di imparare da loro le mosse giuste per sopravvivere in quel tremendo caos. In fondo, ero stata solo a Rishikesh, Jaipur e Agra. Varanasi era un altro livello.
«Soggiorno alla guesthouse Marigold. Sicuri che andiamo dalla stessa parte?» chiesi controllando il nome della mia pensione sul telefono.
«Tranquilla, andiamo tutti nella stessa direzione».
Senza discutere e fidandomi del destino, salii sul risciò incastrando me stessa e i miei zaini tra loro e i loro bagagli.
Invidiai la sicurezza di quel ragazzo di cui non conoscevo neppure il nome. Io non sapevo muovermi così bene. Non ancora almeno.
Il mezzo sfrecciò impazzito tra la folla e i tuk tuk isterici e, dopo un breve ma intensissimo percorso, inchiodò bruscamente lasciandoci tra un carretto della frutta e un venditore ambulante di chai. Mi guardai nervosamente attorno senza sapere dove fossi, preoccupata di dovermi trascinare i miei pesi in vicoletti sconosciuti, bui e umidicci.
«Si prosegue a piedi. Seguimi».
Senza fare domande, mi affidai a lui issando faticosamente i miei zaini in spalla e seguendolo a testa china.
I vicoli erano stretti e non ancora affollatissimi, anche se si poteva sentire vibrare nell’aria il fermento del primo mattino. I cafè e i piccoli venditori ambulanti di street food erano già in piena attività, intenti a rifocillare i pellegrini in viaggio e a riscaldare i locali che, assonnati, si guardavano attorno. Quell’anno al normale turismo religioso della città si aggiungeva un evento epico che riversava a Varanasi i pellegrini di tutto il mondo: il Kumbh Mela. In poco più di un mese e mezzo si attendevano 400 milioni di persone a Allahabad, una cittadina poco distante, ed era certo che la maggioranza di questi avrebbe colto l’occasione per visitare la città di Shiva. Facendo attenzione ad evitare escrementi di mucca, pozze d’acqua e sudiciume, mi trovai davanti ad un incastro di vie. I muri erano carichi di scritte colorate e spesso sbiadite, murales brillanti ed enormi, cartelli e annunci vecchi e malconci. Ad incorniciare la scena, centinaia di fili elettrici neri penzolavano dalle case e dai balconi, ingarbugliati e arruffati, dando l’impressione di essere intrappolati in un’enorme ragnatela architettata da un folle ragno. Sembrava una vecchia foto patinata, come quelle che appaiono qua e là per raccontare questo complesso stato. Eppure io ero lì, perfettamente integrata in quell’immagine. Immobile, cercando di comprenderne il senso.
«Io proseguo per di qua, tu sei arrivata. Ci vedremo sicuramente in giro. A Varanasi ci si ritrova sempre».
Mi disse, lasciandomi per qualche secondo assorta in quell’ultima frase.
Feci un cenno di gratitudine con il capo e svoltai nella vietta in salita, seguendo la freccia bianca dipinta sul muro accanto al nome della pensione. Un senso di trepidazione e ansia mi arrivò fino alla punta delle dita. Ora ero veramente sola. Madida di sudore e stravolta per la notte insonne, salii i tre gradini che mi dividevano dal mio alloggio e finalmente entrai con un colpo secco nella pensione. Nella reception buia se non per la luce blu di un piccolo acquario, intravidi la sagoma di un uomo dormiente sul divano. Mi guardai attorno e, senza pensarci troppo, lasciai i miei zaini a terra e uscii con insensata urgenza, lasciando tutto ciò che possedevo lì. Improvvisamente sentii il bisogno di esplorare la città. E magari di mangiare qualcosa.
Ripresi il vicolo che avevo lasciato per proseguire senza meta – come del resto stavo facendo nel mio intero viaggio, osservando di sottecchi il cielo azzurro che si intravedeva in alto. I commercianti mi fissavano seri, dando a modo loro il saluto ufficiale ad una nuova straniera che arrivava in quella terra sacra. Schivando un bovino comodamente seduto nella stretta stradina, mi imbattei in Monalisa Cafè, un piccolo cafè che insospettabilmente avrebbe dettato parte del mio viaggio. D’impulso, ci entrai.
Il tempo si era fermato in quell’anfratto di mondo. Dalla vetrata sudicia del localino, stanca e consumata, lo osservai scorrermi davanti. Mi sentivo stremata, ed ebbi la netta quanto inspiegabile sensazione che non fosse stato il viaggio ad avermi esaurito così profondamente. Era una stanchezza diversa, più profonda. Come se fossi tornata a casa dopo un lunghissimo viaggio. Buttai fuori quel pensiero con un sospiro sommesso e tornai a scrutare Varanasi vivere e muoversi davanti a me. Decine e decine di persone percorrevano scalze la piccola strada parlando, pregando, cantando, spesso camminando velocemente in silenzio. A volte dal brulicante passaggio dei pellegrini sbucava una moto strombazzante, ma nessuno protestava. Erano tutti troppo assorti nelle loro preghiere. Le scimmie restavano sui tetti, ben lontane dal trambusto di quelle strette vie, mentre spesso in quel quadro pittoresco sbucavano irruenti cuccioli di cane o mucche erranti. Ne osservai una vagabondare con passo lento e incrociare lo sguardo di un cane seduto composto sopra una moto posteggiata. Si annusarono brevemente e poi l’imponente animale continuò il suo pigro cammino, facendo dondolare con calma i suoi rotondi fianchi marroni.
Il cafè si riempì lentamente di viaggiatori, quasi tutti stranamente occidentali. Guardai la sala. Poco lontano da me, un gruppo di backpacker stava consumando la colazione, ciascuno con una macchina fotografica professionale davanti alla tazza di chai. Qua e là altri viaggiatori sorseggiavano le loro bevande. Lingue ed età diverse, ma tutti avevano negli occhi la stessa espressione. Non so da quanto tempo fossi lì quando Kore spezzò il ritmo dei miei pensieri.
Sfoggiando un impeccabile inglese, la donna mi chiese se potevamo condividere il tavolino e, al mio annuire, appoggiò alcuni libri tra noi. Io – in un misto di apatia e ipnosi - richiesi al cameriere il taccuino sul quale scrivere la comanda e ordinai un’altra brocca intera di caffè al latte.
Tornai con lo sguardo al vicolo e poi alla sala. Tutti si muovevano, chiacchieravano, discutevano, pregavano. Io invece non avevo idea di cosa diavolo stessi facendo. Ma restai quieta in ascolto, ammaliata da una città che - ne ero convinta - con il suo rumoroso silenzio mi stava parlando.
«Ma sei italiana!» esclamò Kore, facendomi vistosamente sobbalzare. Portava i capelli con delle lunghe trecce nere e rimasi profondamente affascinata dal bindi tra i suoi occhi neri ed enormi.
Kore spostò con un colpo i libri che c’erano tra noi e io le sorrisi, inconsapevolmente lieta di sentir parlare la mia lingua madre.
«Sì, lo sono» risposi riprendendomi dallo stato di dolce trance in cui ero caduta.
«Sono italiana anche io! Ho notato i tuoi tatuaggi, le scritte. Non ti ho mai vista prima, sei nuova?»
Mi fece sorridere quella domanda, come se tutti si conoscessero in quella città. Di fatti, però, era così.
«Sono arrivata qualche ora fa. Ho lasciato lo zaino e sono venuta qui con l’intento di mangiare qualcosa e tornare in pensione, ma è ormai parecchio che sono ferma qui… ad osservare, credo» indicai il tavolino e il caffè fumante tra noi.
«Benvenuta nella magia di Kashi. Se accetterai il potere di questo posto, sono certa che non sarà la prima volta in cui perderai il senso del tempo».
Kore aveva ragione da vendere.
Presi una calda golata di caffè al latte e sentii la porta tentennare e aprirsi, attirando la mia attenzione. Un uomo alto con lo sguardo un po’ stralunato solcò l’entrata del Monalisa. Aveva una macchina fotografica professionale appesa al collo, una bandana verde militare sul capo e delle scarpe rosso fuoco ai piedi. Mi soffermai proprio su quelle, distogliendo momentaneamente lo sguardo dal fiume di parole di Kore, e lo osservai muoversi e raggiungere il tavolo poliglotta di fotografi. Sentii l’irresistibile istinto di alzare lo sguardo e mi scontrai prepotentemente negli occhi color nocciola di quell’uomo. I nostri sguardi rimasero agganciati per qualche secondo, prima che con violenza riportassi la mia attenzione a Kore. Provai una strana sensazione: una forte attrazione e, contemporaneamente, l’impulso di scappare da lui.
Da quegli occhi e da quel sorriso felice che mi parevano nascondere qualcosa.
Restai al Monalisa per ore in compagnia di Kore. Quella donna aveva qualcosa che non avevo mai riconosciuto in nessun altro prima di allora. Un’energia, una sicurezza in cui snocciolava la sua vita che mi fece sentire immediatamente molto vicina a lei. Se fossimo state a Milano probabilmente non ci saremmo rivolte la parola, ma a Varanasi le regole cambiavano inspiegabilmente. Ciò che non aveva senso altrove, lì lo trovava.
Osservai la sala e mi resi conto che gli avventori erano più o meno i soliti. Era un viavai discreto, ma costante. Ai soliti tavoli si aggiungevano persone che si univano alle conversazioni come se tutti si conoscessero da sempre. Spesso era l’esatto contrario. Qualcuno se ne andava, qualcuno tornava, altri semplicemente restavano, in un andirivieni continuo dei soliti volti. Ci misi un po’ a capirlo, ma forse era quello il senso di quella potente città.
Trovarsi. Condividere. Fermarsi.
Chi arrivava a Varanasi e lo faceva al netto del solo interesse turistico, stava. Sedimentava. A volte, guariva. Capii con il tempo che chi si ritrovava lì aveva una storia. Tutti ne avevamo una. Fallimenti, cuori infranti, lutti, mancanze, delusioni, solitudine, paura.
Dolore.
E stando seduti su quelle scomode poltroncine, le anime ferite si riconoscevano e si aggrappavano alla vita, proprio nella città in cui questa se ne andava.
In quei giorni, in quel cafè, parlai con profondità a tantissime persone e si crearono amicizie impossibili da spiegare, ma reali.
«Ti va se ci vediamo per cena?»
Mi chiese Kore racimolando i suoi averi.
Annuii e, raccogliendo a mia volta le mie cose, sbirciai ancora lo strano straniero dall’altra parte della sala.
E lui, a sua volta, mi dedicò qualche istante della sua attenzione.
Con quegli occhi buoni che mi facevano paura.
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La stanza era semplice e senza finestre, ma non mi importava granché. Usando un secchiello, mi ero lavata con un’acqua poco più che tiepida, lasciando che i miei pensieri scivolassero via. Il corpo tremava, ma la mia mente era viva.
Uscii di nuovo per le vie, questa volta con l’obiettivo di camminare lungo i ghat, le famose gradinate ai piedi del Gange. L’energia era palpabile, viva e tetra, colorata e buia. Osservavo con maniacale attenzione chiunque incontravo. Provai il genuino bisogno di connettermi con il posto. O forse riconnettermi, chi lo sa. Il Gange passava veloce e impetuoso accanto a me, trascinando con sé barchette piene di turisti aggrappati ai bordi delle imbarcazioni. Avidi dei roghi che bruciavano ininterrottamente, volevano vedere di più, vedere meglio, vedere ancora.
La città vibrava, correva, rimbalzava, a tratti ubriacava eppure io mi sentivo ferma e salda, per una volta senza l’urgenza di “fare”, ma solo con quella di vivere. Di sentire. Semplicemente camminavo, lenta e serena, come se i miei piedi toccassero cotone. Vidi alcuni fedeli immergersi nelle acque sacre e altri poco lontano lavarci i panni. Non riuscii a non pensare che - poco distante da lì - qualcuno ci avrebbe spazzato dentro cenere umana. Sulle rive giacevano seduti a gambe conserte i Naga Baba. Se ne stavano così, nudi se non per la cenere bianca che ricopriva totalmente il corpo nonostante le temperature. Elargivano benedizioni, praticavano yoga, meditavano oppure, più semplicemente, chiacchieravano tra loro. Rudimentali falò li riscaldavano sommariamente. Il resto lo faceva la fede. Alcuni di loro erano tornati alla civiltà per partecipare al Kumbh Mela dopo anni – forse decenni – nascosti nelle remote grotte di tutta India. E ora erano lì, davanti a me, con i loro occhi neri che scrutavano l’orizzonte.
Mi fermai nei pressi di Harishchandra Ghat, il secondo sito crematorio di Varanasi, antichissimo quanto la città stessa. Scelsi un gradino libero e mi sedetti di fronte ai roghi. Le quattro pire funerarie bruciavano costanti, fumose, lente e ipnotiche, ma ciò che attirò maggiormente la mia attenzione fu il mondo attorno a queste. Una capra nera e incinta pasteggiava con alcuni resti, guardandosi pigramente intorno. Indossava una vecchia giacca rossa. Altri suoi simili riposavano seduti sui gradini distrutti davanti ai roghi, sgranocchiando paglia secca. Quattro galline grasse, nere, bianche e arancioni saltellavano tra la cenere, stando ben caute a non avvicinarsi troppo ai due cani randagi che si contenevano un pezzo di carbone, ringhiandosi contro. Mentre gli animali si facevano i denti, due caprette nere li superarono zampettando tra la polvere e masticando indifferenti una ghirlanda di fiori arancioni. Alcuni cuccioli di cane giocavano a mordersi le orecchie, girando attorno ai turisti occidentali spesso inorriditi che, ignorandoli, scattavano foto. Vidi uscire dalla tenda un Baba nudo che, arraffando qualche cianfrusaglia, sparì entrando in una tenda poco più in là. Dal Gange si udiva il costante ronzio dei motori delle barche che andavano avanti e indietro senza sosta, addolcito dal chiacchiericcio eccitato dei suoi passeggeri.
Mentre tutto ciò accadeva, il fuoco scoppiettante bruciava e scioglieva i corpi dei defunti davanti a me, liberandone l’anima e lasciandone solo cenere.
«Ehi Blue eyes. Vedi il fuoco che sembra scappare da sotto la pira? Sono i fluidi del corpo che scivolano e si incendiano».
Un giovane uomo indiano vestito con abiti eleganti mi rivolse la parola. Lo guardai brevemente senza rispondere prima di tornare con gli occhi alla fine del mondo. Osservai un ragazzo girare tre volte attorno ad una pira ancora spenta e poi dargli fuoco. Notai la compostezza di chi era venuto a salutare per l’ultima volta il proprio defunto. Tutti uomini. Non c’erano lacrime, non c’era disperazione. Solo grande dignità.
Il vento fece girare il fumo che mi investì prepotente con la sua nuvola scura. Non mi spostai. Rimasi immobile con la vista soffocata da quel buio, ma con una lucidità che forse non avevo mai posseduto. Prima o poi tutti avremmo dovuto passare da quel fuoco. Perché il corpo era solo un corpo, un mezzo a tempo in cui far soggiornare la nostra anima.
Il tempio in cui crescere, maturare.
Amare. Soffrire. Lasciar andare.
E intanto il mondo andava avanti, si muoveva, ignorava e proseguiva la sua corsa. Fintanto che il fuoco avrebbe raggiunto qualcun altro.
La morte era solo un’altra fase della vita, l’unica certa.
Così pensai a mia madre, a come avrebbe giudicato quell’immagine.
Pensai a me stessa, a quanto avevo odiato la morte. A quanto l’avevo temuta e a quanto fossi invece in pace in un contesto che forse avrebbe dovuto inorridirmi. Ma non lo faceva. Anzi. Mi ridimensionava. Mi dava un senso dove fino ad allora un senso non c’era stato.
Mi alzai pulendomi il kurti della polvere gialla che avevo addosso e, come se fossimo amici da sempre, diedi una leggera pacca sulla spalla al ragazzo, incamminandomi con i miei pensieri verso Dashashwamedh Ghat.
Assecondai le mie gambe senza una meta, ma mai sentendomi persa. Il sole ormai stava scendendo e la luce si era fatta scura e rossiccia, preludio del tramonto.
A breve si sarebbe tenuto il Ganga Aarti, la quotidiana cerimonia in onore di madre Gange. Notai parecchie barche fermarsi e sostare davanti agli altarini già allestiti per la cerimonia. Lentamente, centinaia di persone si accalcarono sui gradini. Era giunta l’ora. Per quanto mi sarebbe piaciuto partecipare, non mi sentivo a mio agio a stare schiacciata in quella folla pulsante e viva. Talvolta spaventosa.
Salii i gradini ancora per poco sgombri per andarmene, ma decisi di fermarmi a comprare una bottiglia d’acqua ad un baracchino abbarbicato contro al muro.
«Didi, siediti qui!»
Indicando con la bottiglietta d’acqua un posticino scavato nella terra accanto al suo frigo, il serio proprietario mi porse la bottiglietta. Spostai lo sguardo e osservai l’angolo che il commerciante mi stava indicando. Era oggettivamente una posizione ideale, perfetta per vedere dall’alto il Ganga Aarti e tutti i fedeli.
Chissà perché, nessuno si era seduto lì.
Maliziosamente, pensai che la sua gentilezza sarebbe stata seguita da una qualche richiesta. “Compra questo, paga quest’altro”, rimuginai infastidita. Mi sbagliavo. Ancora non avevo capito nulla. L’uomo mi diede le spalle e riprese a lavorare.
Mi sistemai accanto a lui, assecondando il caso. Una signora con un meraviglioso saree azzurro si arrampicò accanto a me, tendendomi la mano per issarsi. La aiutai e si accomodò vicino a me. Era bellissima.
Ci fissammo senza parlare. Mi lasciai attraversare dai suoi occhi scuri e intensi, permettendole di intravedermi l’anima, se ancora ne era rimasto qualcosa. Dopo pochi istanti ci sciogliemmo in un sorriso.
«Sei molto bella» le dissi in inglese.
«Anche tu lo sei, Blue eyes» rispose in hindi.
Mi fece sorridere quel soprannome.
Cercando di proteggermi meglio dal freddo umido della sera con i pochi indumenti che indossavo, tornai a fissare la gradinata riempirsi e stiparsi di umanità. I bramini sistemarono le lampade, le campanelle e gli incensi ai piedi dei sei altarini e prestarono gli ultimi ritocchi prima della cerimonia. Il sole ormai aveva lasciato posto all’oscurità, e migliaia di piccole luci si levarono sul ghat. Un Sadhu carico di mala al collo e cenere sparsa sul corpo, vestito solo con uno scialle legato alla vita, si fece largo nella folla. Teneva tra le mani un vassoio di acciaio colmo di fiori, polvere di curcuma rossa e offerte. Nel mezzo del piatto vidi lampeggiare una grande candela con una fiamma forte e potente, alimentata a ghee. Quando i bramini iniziarono a far tintinnare con una mano le campanelle e recitare i mantra, migliaia di cellulari si alzarono in cielo, moltissimi dei quali erano finestre virtuali per chi era rimasto a casa. Pensai ancora a mia madre e controllai la rete: non c’era abbastanza campo per una video call. Mi sentii tirare per la manica del mio kurti e mi accorsi solo allora che il Sadhu era poco lontano da me e che la folla stava alzando la fiamma per portarla vicino alla mia fronte, per benedirmi. Decine di persone si passarono premurosamente il piatto di acciaio per farlo arrivare il più possibile vicino a me. Erano tutti concitati, con gli occhi enormi fissi su di me, le braccia allungate verso l’alto nella mia direzione. Appoggiandomi con una mano sulla mia vicina e aggrappandomi con l’altra al baracchino alle mie spalle, mi spinsi il più in basso possibile. Con una manata, qualcuno spinse per tre volte il calore della candela verso la mia fronte. Poi il fuoco ripartì per il suo percorso, immergendosi nuovamente nella folla sotto di me. Mi rimisi dritta a sedere, scioccata da quel gesto.
Così gentile, così concitato. Così umano.
Fui paralizzata dalla commozione. Quelle persone volevano farmi sentire parte di quel potente rituale.
Ci erano riusciti. Senza chiedere nulla in cambio.
L’India - questo paese così controverso e a tratti scioccante – riuscì a farmi sentire a casa. Io, che ero senza un popolo, senza una dimora e senza speranza. Lì mi sentii protetta. Importante.
Vista.
Con il mio pacchetto di contraddizioni e il mio bagaglio di dolore. Forse e soprattutto grazie a quello.
Quello fu il mio primo vero sorso di India. Quello che mi inebriò, ubriacandomi di vita.
(…continua)
Quando sarà il libreria?
Sto lavorando alla storia perché possa arrivare ai lettori nella forma che merita. Nel frattempo, qui condividerò qualche anticipazione, retroscena e aggiornamento sul percorso del libro.
Hai una curiosità sul progetto? Scrivimi: mi farà piacere parlarne.
A chi è rivolto?
A chi ama viaggiare
A chi è in trasformazione
A chi cerca storie vere