Per tre volte

RISHIKESH, INDIA. 3 mesi prima

Conobbi Uma durante la mia permanenza in un noto ashram di Rishikesh, nell’India del nord. Mi notò lei, alle 6 di un piovoso mattino di agosto. Ero rannicchiata sul tappetino da yoga con il busto appoggiato sulle gambe, la fronte schiacciata a terra, le braccia che riposavano accanto al corpo e gli occhi sbarrati. La pratica era ormai terminata da una decina di minuti, ma non mi sentivo pronta ad alzarmi e riprendere la mia vita.

«Stai bene?» mi chiese avvicinandosi.

Girai leggermente la testa di lato per vederla in viso. Era una donna robusta sulla cinquantina, i capelli folti tenuti a caschetto e un sorriso che sapeva di buono. Aveva un accento americano, eppure sembrava indiana.

Lasciai uscire un lieve mugugno di assenso, senza sollevarmi. Il corpo e i pensieri erano troppo pesanti e io avevo finito le energie. Non riuscivo neppure a fingere che fosse tutto a posto. Non lo era.

«Mi incontro con mio nipote in mensa. Ti va di unirti a noi?»

Tirai su con il naso e rimasi immobile. Non parlavo con nessuno da giorni. Forse era arrivato il momento.

Mi alzai lentamente, lasciando che il corpo si risvegliasse con dolcezza. Quando finalmente mi issai in piedi, le porsi la mano, presentandomi.

La mensa era una stanza senza finestre completamente bianca. Era aperta per quindici ore di fila e avevo il concreto dubbio che fossero sempre le stesse persone a lavorarci dentro. Solo per questo, non me la presi particolarmente per i loro modi alquanto bruschi e scortesi. I tavoloni erano in finto granito lucido e puntinato. Nel mezzo venivano lasciate brocche d’acqua potabile, tovaglioli, posate e dei vasetti di achar. Le pareti erano arricchite con quadri luminosi con frasi motivazionali.

“Prega”, “Medita”, “Ama”, esortavano.

Veniva proposta una cucina ayurvedica, una variante pure veg molto diffusa in India che sconsiglia il consumo di cipolle, aglio, uova, cioccolato. Questi alimenti -Tamasici e Rajasici – rischiano infatti di disturbare la profonda meditazione o la pratica yoga. La sala rimbombava e non era per nulla accogliente, eppure mi piaceva passarci il tempo consumando lentamente i miei pasti.

Come ogni mattina, la cassa aprì con il mio ordine: un bicchierone di special coffee, un caffè solubile strabordante di squisito latte e arricchito dallo zucchero. Ne andavo matta. Uma invece ordinò un gustoso piatto di poha, riso schiacciato con peperoncino e arachidi tostate, anch’esso uno dei miei piatti preferiti.

Ci sedemmo su uno di quei grandi tavoloni, sorridendoci a vicenda.

«È molto che sei qui?» chiesi osservandola.

«Un anno, ma mi sembra di essere arrivata ieri».

Strabuzzai gli occhi: stare via da casa un anno era davvero tanto. Eppure era già la terza persona che incontravo a Rishikesh che era in viaggio da così tanto tempo: Lara da 7 mesi, Armando invece da ben 18. Io che ero lì solo per qualche settimana mi sentii fuori posto.

«Ero un avvocato, poi mi sono sposata e in accordo con mio marito ho scelto di occuparmi di nostro figlio» giocherellò con il riso mentre si raccontava.

«Forse è stato un errore, non lo so. So solo che dopo 15 anni di matrimonio lui mi ha lasciato e, dopo solo una settimana che aveva ottenuto il divorzio, si è sposato con la donna con la quale mi tradiva e mi ha cacciata di casa».

Trasalii, rischiando di rovesciare la mia tazza.

Mi misi nei suoi panni. Poi in quelli di lui. Infine in quelli dell’altra. C’era davvero bisogno di avere tutta quella fretta? Non giudicavo il fatto di stare con una nuova compagna, ma prendersi la casa e costruirci dentro una vita con lei mi sembrava una barbarie nei confronti della mia nuova amica.

Mi si strinse lo stomaco. Uma finse di non notare la mia espressione scioccata e proseguì il racconto.

«Ho perso tutto senza accorgermene. Sono andata in depressione, ho pensato di suicidarmi» disse con una leggerezza che mi impressionò.

Sentii tutto in quelle parole. Erano nere, pesanti. Senza un domani. Avrei voluto urlarle che non ne valeva la pena, che la vita era bella. Che si poteva guarire. Ma mi fermai: sarei stata solo un’ipocrita. Sapevo come si era sentita. Ciò che pensavo era corretto, ma erano frasi troppo superficiali. Distaccate. E io ne ero fin troppo consapevole.

«Poi un giorno mio figlio, il mio ragazzo, mi disse che così mi sarei distrutta e che lui aveva bisogno della sua mamma. Qualcosa dentro di me si mosse».

«E poi?» chiesi profondamente affascinata dal suo racconto.

«Per due anni feci qualche lavoretto. Racimolai qualche soldo con l’intenzione di andarmene. Scelsi l’India, non so perché proprio qui. Sono tornata nella mia terra d’origine anche se non ci avevo mai messo piede. Ma l’India mi ha chiamato. E ora, ecco, ora sto davvero meglio».

Sospettai che quella conversazione non stesse accadendo per caso in quel momento. Niente lo era più da quando ero atterrata in quella terra mistica.

«Vieni con me a fare un bagno nel Gange?» Uma mi chiese d’improvviso, spezzando la corrente dei miei pensieri.

«Intendi… quel Gange?» dissi indicando la direzione del fiume sacro.

Lei si limitò ad annuire.

Il Gange. Sporco, orribilmente inquinato, pericoloso. Sarebbe stata una follia immergersi. Un suicidio, forse.

Mi alzai di scatto, sgolando ciò che rimaneva del mio caffè.

«Va bene» Uma sorrise e ci demmo appuntamento davanti all’enorme statua dello Shiva seduto.

--

Maa Ganga era impetuoso quel giorno. La corrente marrone proveniente dall’Himalaya aveva invaso parte dei ghat ed erano state messe delle corde e delle catene per non far trascinare via i devoti.

Mi guardai attorno, spaesata.

«E adesso? Dove si va?»

Uma mi fece segno di seguirla. Lasciammo i nostri calzari poco prima della gradinata e scendemmo scalze verso il fiume facendoci strada tra i fedeli.

Ero definitivamente impazzita. Davvero stavo per farmi il bagno lì?

Arrivammo dove ormai l’acqua sbatteva contro i gradini e titubai. La corrente era fortissima, l’acqua scura e densa e la reputazione del Gange era ben nota anche in Italia. La razionalità occidentale urlò a squarciagola di andarsene, rendendo pesante ogni movimento. Un’altra parte di me invece, quella che non conoscevo ancora, mi suggerì di restare.

Di fidarmi.

Uma allungò la mano verso di me.

«Vieni?»

Guardai il fiume, guardai i miei vestiti, guardai le mie ferite e poi guardai lei, il suo enorme sorriso e la sua storia. Le presi la mano e, completamente vestita, iniziai a scendere le umide e scivolose scale verso il fiume sacro.

Lentamente, con consapevolezza.

Un gradino.

Due gradini.

Tre gradini.

L’acqua era molto fredda, ma Uma mi aveva detto che dopo pochi minuti la sgradevole sensazione se ne sarebbe andata. Avevo scetticamente alzato un sopracciglio. Eppure più mi immergevo, più non solo il corpo si adattava, ma addirittura percepivo un piacevole calore. Ci tenemmo ben strette alle corde, consce che un minimo errore ci avrebbe fatto finire in un vero pasticcio.

«Ci immergiamo? Tre volte, fino a sopra la testa» disse con un sorriso solare. Quello non era fare il bagno nel Gange. Era un vero e proprio rito.

Annuii.

Una volta, per superare i debiti e gli errori del passato, benedire le azioni del presente e orientare il futuro.

Due volte, per superare tutti i tipi di dolore. Quello fisico e mentale. Quello creato da terzi. Quello divino.

Tre volte, per onorare la Trimurti e i tre mondi.

Immergendomi totalmente nel fiume, persi la paura e provai a lasciare andare. E il freddo, quello dentro di me, fece timidamente posto al calore. Alla vita. Alla speranza.

Restammo immerse fino alle spalle con gli occhi chiusi per qualche istante, poi la forza del Gange ci intimò a proseguire il nostro percorso sulla terraferma.

Uscimmo tenendoci per mano – io, che a malapena avevo tenuto per mano il mio partner - felici e leggere.

«Uma, non ho parole. Grazie di cuore, senza di te non avrei mai avuto il coraggio» le dissi, totalmente zuppa e piena di sabbia del fiume.

«Il mondo non sarebbe un posto migliore se tutti ci aiutassimo un pochino di più?»

Ci abbracciammo, bagnate, infreddolite e, forse, davvero purificate.

 

 

Fotografie originali di The Blueyes Backpacker

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